La formazione moda ai tempi del covid

Alla ricerca di una frase che potesse sintetizzare i valori alla base del Made in Italy del futuro, da cui partire per parlare di formazione, ci siamo imbattuti in questo semplice motto: “Ad oggi, un prodotto moda non basta più che sia bello e ben fatto: deve essere bello, ben fatto e sostenibile”.

Il bello

Parlando di “bello” non si può non pensare all’Italia: storia, arte, paesaggi e città sono stati per secoli fonte di ispirazione per i più grandi artisti. Eppure, se anche tanti ruoli di direzione creativa nelle grandi maison della moda sono oggi occupati da italiani, ci sentiamo di affermare che la creatività non è affatto un’esclusiva dei designer italiani, ma, piuttosto, è una caratteristica diffusa a livello internazionale: ci sono designer straordinari, provenienti da tutto il mondo, che si sono formati nelle principali scuole di design e di moda, molte delle quali si trovano proprio in Italia. La grande maggioranza di questi designer ha un sogno: produrre abiti e accessori in Italia sfruttando lo straordinario patrimonio di storia, cultura e competenze che ci appartiene profondamente.

Ed è proprio questo motivo che ha spinto molte scuole di moda ad aprire le loro sedi nelle principali città Italiane di cultura e arte: Milano, Firenze, Roma e Venezia. Basta avvicinarsi alle sedi di queste scuole, per percepire appieno la multiculturalità della comunità studentesca. Accogliere per i tre anni di un diploma di laurea, o per i due anni di una specialistica, o per l’anno di master, studenti provenienti da tutto il mondo è un’opportunità straordinaria per l’Italia e per tutti i marchi che il nostro paese rappresenta, trattandosi di giovani spesso dotati di risorse economiche importanti che vengono a conoscere i luoghi, la lingua, la cultura, il cibo italiani. Giovani, che portano in Italia non solo ricchezza materiale, ma anche una pluralità di esperienze, di culture e soprattutto di talenti, che non possono essere trascurati. Facile, quindi, comprendere, l’impatto negativo, che le restrizioni agli spostamenti internazionali imposte dal Covid possano avere avuto sul settore della formazione: la “remotizzazione” della didattica ha parzialmente ovviato, ma è chiaro a tutti che, in una prospettiva temporale a lungo termine, l’unica via possibile è quella di poter tornare ad accogliere gli studenti stranieri nelle città italiane.

Ben fatto

Ben fatto” è il valore precipuo, che distingue i prodotti realizzati nelle fabbriche italiane, da quelli fatti in tutto il resto del mondo. L’apertura del commercio internazionale ai paesi del Far East, e, in particolare, l’ingresso massivo dei prodotti a basso costo nei mercati europei, avvenuto negli ultimi trent’anni, ha scatenato molteplici dinamiche che hanno avuto effetti profondi sulla struttura manifatturiera italiana delle scarpe e delle borse. Solo per citarne alcuni: la delocalizzazione di parte della produzione alla ricerca di un costo sempre più basso della forza lavoro e i riflessi sull’etichettatura “made in”, la focalizzazione della manifattura italiana su prodotti moda posizionati nelle fasce di prezzo più alte e la conseguente riorganizzazione sempre più flessibile delle fabbriche. C’è chi sostiene, che una parte significativa delle fabbriche italiane si siano trasformate in centri di sviluppo prodotto e di produzione di piccole serie al servizio di designer e di potenti maison internazionali.

In ogni caso non c’è dubbio che l’impareggiabile vantaggio competitivo della manifattura italiana delle scarpe e delle borse, risiede nella capacità globalmente riconosciuta di trasformare le migliori idee creative in manufatti di assoluta eccellenza e nel “capitale umano”, che resta l’anima del prodotto Made in Italy, artefice di quella bellezza e fattura di pregio uniche e riconosciute in tutto il mondo.

Da qui la rilevanza del tema della preservazione delle competenze tecniche e delle capacità manuali, che connotano e distinguono il savoire faire di coloro che creano gli abiti e gli accessori Made in Italy. E tuttavia, da argomento di grande attualità, che ha raggiunto il suo apice in occasione dell’entrata in vigore di “quota 100”, sembra decisamente derubricato in questi ultimi due anni, messo in ombra dalle discussioni sugli effetti della pandemia.

Eppure, il tema continua ad essere estremamente attuale, se non ormai critico. Probabilmente, in periodo di crisi, ha perso qualche posizione nella lista delle priorità degli imprenditori, dei manager e dei decision maker politici, ma, certamente, è un argomento destinato a tornare alla ribalta. In primo luogo, perché in Italia continua a crescere l’età media della popolazione che occupa i ruoli chiave di queste professioni manifatturiere, che, pur essendo svolte all’interno di un contesto industriale, mantengono un’importante componente manuale e artigianale, che richiede anni di formazione sul campo per assicurarsi le figure senior, che oggi garantiscono l’eccellenza delle produzioni.

Sostenibile

Sostenibile” senza alcun dubbio è la parola chiave di questi ultimi anni, soprattutto del biennio pandemico. Un termine complesso, da padroneggiare in tutte le diverse sfaccettature nelle quali può essere declinato. L’unica cosa certa è che non si può più prescinderne ed è difficile pensare di riuscire ad evitare il confronto ancora a lungo, in qualsiasi segmento del mercato della moda.

In particolare, parlare di sostenibilità in riferimento alla manifattura delle scarpe e delle borse tradizionalmente prodotte in Italia aggiunge, a tutte le questioni della manifattura, anche quelle relative all’impatto delle filiere a monte e, in particolare, quella della pelle, storico materiale caposaldo della produzione Made in Italy.

Stanno nascendo corsi di formazione che affrontano, nello specifico, i temi della sostenibilità e in particolare quelli legati al prodotto moda. È chiaro però che la giusta direzione dev’essere quella di una profonda permeazione di questi argomenti nella didattica. Chi fa formazione lo sa bene: le domande su questi temi, da parte degli studenti, sono all’ordine del giorno e non è possibile farsi trovare impreparati.

Il vero punto critico è che l’argomento è davvero molto ampio: l’analisi fatta “cradle-to-grave” (dalla culla alla tomba) che è l’unica via per fotografare, in onestà e trasparenza, l’impatto di un prodotto sull’ambiente, richiede grande competenza tecnica e sinergia tra tutti gli attori della filiera produttiva, specialmente in settori dalla filiera lunga, articolata e che tradizionalmente sono poco abituati ad una rilevazione metodica e dettagliata di ogni passaggio, prassi, invece, consolidata, nelle industrie più avanzate.

Progettare la formazione moda

Tracciato, dunque, il contesto di riferimento ed evidenziati i valori principali da tenere sempre presenti nel progettare ed organizzare la formazione nel settore moda, ci possiamo chiedere quali altri temi porre in primo piano nella formazione. Ne abbiamo evidenziati quattro, che riteniamo essere delle priorità da tenere bene in considerazione nella programmazione didattica.

Il ruolo del digitale

In un mondo in cui bisogna interagire in tempi rapidissimi con clienti e fornitori, che si trovano ovunque nel mondo e che, come è successo negli ultimi due anni, possono avere difficoltà a spostarsi, la cultura del digitale è imprescindibile per migliorare l’efficienza ed accorciare i tempi delle decisioni. Ad ogni livello nelle aziende oggi è fondamentale avere familiarità con la tecnologia e la formazione ne deve tenere conto. Per chi si occupa come noi direttamente di prodotto gli argomenti sono tanti: programmi di grafica, presentazione e video, software per la progettazione CAD, scansione e modellazione 3D, digitalizzazione materiali, render ed animazione, software per la catalogazione e per l’organizzazione del ciclo di vita del prodotto. Forse, la sfida, oggi, è quella di capire qual è il confine tra tecnologia come mezzo e come fine, sulla scia di quanto ha affermato Claudio Marenzi nella settimana di Pitti al convegno The Future of the Fashion Industry:

Per quanto successo possano avere gli NFT e il Metaverso bisogna ricordare che la gente non si vestirà di pixel

Claudio Marenzi

Frase provocatoria che non crediamo voglia liquidare le potenzialità del business degli asset digitali, ma che intenda, soprattutto, riportare l’attenzione sul tema centrale, che è quello di formare i giovani al “fare” un prodotto.

Formare i giovani ai mestieri tecnici

Argomento estremamente controverso e di difficile soluzione. È possibile pensare a professioni di fabbrica, che siano attrattive per i ragazzi e per le loro famiglie? Se non si risolve questo dilemma, è chiaro che siamo destinati a vedere sfilacciarsi il tessuto delle competenze tecniche necessarie per produrre scarpe e borse di alta qualità. Credo che gli argomenti all’ordine del giorno siano tanti: innanzitutto, ci dobbiamo chiedere quale immagine veicoliamo quando parliamo di figure professionali tecnico/manuali e dell’ambiente in cui si troveranno a lavorare, poi, attraverso quali linguaggi e quali canali possiamo attrarli verso questo tipo di professioni e, infine, in che modo possiamo organizzare la didattica, da una parte per essere in grado di formare figure professionali necessarie alle aziende di settore per essere veramente competitive nel futuro, dall’altra per soddisfare aspettative e ambizioni dei giovani. Personalmente, credo ci sia spazio per attrarre e formare ruoli tecnici per le fabbriche, ma ritengo anche che sia indispensabile “nobilitare” queste professioni arricchendole di competenze, ampliandone il ruolo e valorizzandole.

Introdurre in azienda buone pratiche organizzative

I ruoli di coordinamento ed organizzazione sono sempre stati fondamentali nell’industria delle scarpe e delle borse. Tuttavia, se si vogliono raggiungere obiettivi di efficienza e, al tempo stesso, di costanza nella qualità delle produzioni industriali, è fondamentale avere in azienda figure capaci di tenere insieme le istanze dei diversi reparti aziendali e dei fornitori/terzisti, sempre nel rispetto delle tempistiche dei clienti. È verosimile che, nel cercare di comprendere quali competenze stiano alla base della formazione di chi lavora in ruoli di coordinamento nel settore degli accessori moda, troveremo un mix di tutti gli altri aspetti di cui stiamo parlando in questo articolo. Ci sono, tuttavia, strumenti e competenze specifiche, a supporto della programmazione e del coordinamento organizzativo, che ritengo sia importante conoscere.

L’importanza delle soft skills

se vi state chiedendo cosa significhino queste due parole usate ed un po’ abusate in questi anni, pensate a quando vi hanno chiesto un suggerimento su qualcuno da assumere. Viene sempre naturale suggerire persone che riescono ad inserirsi in un gruppo di lavoro e a relazionarsi, con tutti, con intelligenza e riguardo, che hanno rispetto per l’organizzazione e le tempistiche, che non vanno in crisi di fronte alle difficoltà. Sviluppare queste caratteristiche durante il percorso formativo è una sfida, ma anche una necessità, se vogliamo formare una nuova generazione di professionisti completi e preziosi, perché in grado di contribuire al successo delle aziende non solo con mani esperte, ma anche con menti vigili e aperte.


Di fronte alla vastità e alla complessità di queste sfide educative, chi si occupa di formazione tecnica si sente spesso impreparato. Eppure, è evidente che le aziende, oggi più che mai, hanno bisogno di persone con un bagaglio di caratteristiche più ampio e variegato, di quello che sarebbe bastato qualche anno fa. È chiaro quindi che le professioni alle quali oggi dobbiamo preparare i nostri studenti richiedono, ovviamente, una solida base di competenze tecniche tradizionali, ma anche capacità che oltrepassano le pure e sole abilità tecniche di progettazione e produzione.

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