Matteo Pasca ha moderato due tavole rotonde allo Stride Europe 2026, approfondendo il futuro del settore Making of School

Matteo Pasca ha moderato due tavole rotonde allo Stride Europe 2026, approfondendo il futuro del settore

Articolo tratto dallo speciale “Making of School” della rivista Arsutoria, numero 507 – giugno 2026

La stampa 3D, i flussi di lavoro digitali, l’intelligenza artificiale generativa applicata al design delle calzature e le modalità per preparare la prossima generazione di talenti a un settore in rapida evoluzione sono stati alcuni dei temi chiave affrontati durante Stride Europe 2026.

Matteo Pasca, direttore della Arsutoria School, ha moderato due tavole rotonde dedicate al futuro del settore: “L’Europa è pronta per il Rinascimento digitale?” e “Il dilemma della formazione digitale: come potenziare le competenze della prossima generazione di talenti”

1. L’EUROPA DEL FOOTWEAR CERCA IL SUO RINASCIMENTO

A Stride Europe 2026, sull’isola del vetro, Matteo Pasca ha moderato il panel d’apertura con Hugo Boss, Nice Footwear e La Sportiva. Quattro nodi su AI, struttura aziendale e velocità del cambiamento.

A Murano si soffia il vetro da otto secoli. Davanti alle fornaci si arriva di mattina presto, quando i maestri lavorano in silenzio, con gesti che pochissimi al mondo sanno replicare. Dentro la Glass Cathedral — l’ex chiesa di Santa Chiara riconvertita in spazio culturale — il 28 e 29 aprile 2026 si è discusso d’altro: stampa 3D, workflow digitali, AI generativa applicata al design della calzatura. Stride Europe, costola del format americano nato a Portland nel 2025, ha scelto l’isola dei maestri vetrai per due giornate dedicate al product development.

Il panel d’apertura portava un titolo impegnativo: «Is Europe Ready for the Digital Renaissance?». A moderarlo, Matteo Pasca, direttore di Arsutoria — la scuola di Milano e la casa editrice che da decenni raccontano come si fanno scarpe e borse. Con lui, sul palco, tre profili da orizzonti diversi: Francesco Torresan, COO & Head of Product di Nice Footwear Group; Daniel Gordon, Vice President Footwear di Hugo Boss; Giustiano Peruzzo, R&D Footwear Design Manager di La Sportiva. Artigianalità, lusso, performance. Quattro i nodi emersi.

1.1 STRUTTURA O CULTURA, CHI VIENE PRIMA?

La domanda di apertura ribalta il senso comune. Si tende a pensare che la trasformazione digitale parta dalla mentalità delle persone se la struttura aziendale non è pronta — pipeline, processi, strumenti — il mindset non basta. Scadenze e obiettivi restano gli stessi, e la natura umana torna a ciò che conosce meglio: il vecchio modo di fare le cose. Prima la struttura, poi la cultura segue. Nelle realtà artigianali il rapporto si rovescia: gli strumenti spesso esistono già, e il vero collo di bottiglia diventa la mentalità.

1.2 I CATALIZZATORI
Investire in software non basta. Servono persone che spingano in avanti la cultura aziendale — non per forza giovani, ma profili che adottano i nuovi strumenti per passione, anche nel tempo libero. Sono questi i veri vettori del cambiamento, più del top management che annuncia svolte dall’alto. Affezionarsi a uno strumento perché ci si è investito tempo e denaro è la trappola più comune. In tempi di AI, un tool nuovo sostituisce il precedente in pochi mesi. Saper abbandonare in fretta vale quanto saper adottare.

1.3 LA VELOCITÀ E IL LIMITE UMANO
Gli ultimi sei mesi hanno concentrato più cambiamento di interi decenni. La tecnologia corre più dell’organizzazione, e le grandi strutture non si adattano in due settimane. Gli esseri umani nemmeno. Animali abituati alla fatica, sì, ma non macchine. Per l’analisi e il calcolo l’AI è un’arma; per la creatività resta uno strumento, non la risposta. Chi conosce il mestiere pilota la macchina. Chi si aspetta che la macchina faccia il mestiere al posto suo, no.

1.4 LA LEZIONE DEI FALLIMENTI
Chi inizia oggi un percorso digitale dovrebbe prepararsi a sbagliare. L’errore tipico è la pipeline end-to-end, lo strumento unico che copra tutto: designer e tecnici ragionano in modi opposti, nessun software li serve entrambi. Meglio strumenti molteplici, sostituibili. E rendere obbligatorio il tempo dedicato all’apprendimento: se la formazione resta facoltativa, resta inevasa. Le scarpe vanno consegnate comunque. Ma la consegna non aspetta la trasformazione.
Il panel si è chiuso con una domanda lasciata in eredità al resto del summit: la tecnologia risponderà alle domande che che l’attualità di sfida a porci? Tra le fornaci di Murano e gli algoritmi della Glass Cathedral, le risposte restano affidate all’uomo.

2. IL CURRICULUM CHE NON TROVA IL MOMENTO GIUSTO

Un panel di Stride Europe 2026 ha messo a fuoco un nodo strutturale: come si insegna un mestiere che cambia più in fretta dei cicli formativi? Matteo Pasca di Arsutoria tra i protagonisti.

Qualche anno fa Renault decise: i modellatori in argilla non servivano più. Il futuro era digitale. Li licenziò. Poi ha ricominciato ad assumerli.
Non è una storia sull’errore del digitale. È una storia su quanto sia difficile capire quale parte del mestiere sia davvero comprimibile. La stessa domanda era al centro del panel “The Digital Education Dilemma: How to Upskill the Next Generation of Talent” di Stride Europe 2026. Con Matteo Pasca, direttore di Arsutoria, anche Defne Yalkut, founder della Sole Design
Academy; Louis de Vos, talent consultant (ex adidas e ON); Virginia Fani, ricercatrice al Fashion for Future Lab dell’Università di Firenze; Pierre Kasperczyk, deputy head of design di Rubika.

2.1 UN CURRICULUM PRONTO È GIÀ VECCHIO
Gli strumenti digitali richiesti a un designer di calzature sono esplosi: Substance, CLO 3D, Blender, AI generativa. Il problema non è la lista — è che
quando un programma formativo viene definito e venduto mesi prima dell’inizio dei corsi, la tecnologia si è già spostata. È scomodo da dire, ma è il primo punto a emergere quando si parla di formazione con onestà.
La risposta non è inseguire ogni software. È insegnare un metodo: come si integra qualunque tool in un processo di lavoro. Una grammatica prima della sintassi.

2.2 IL PRODOTTO SI TOCCA ANCORA
Produrre immagini con l’AI non insegna come reagisce una suola allo stampo, dove cede una costruzione sotto stress. Arsutoria ha risposto con investimenti nella sample room — macchinari, tecnici, spazio fisico — e una regola: lo studente realizza fisicamente quello che ha progettato.
Rubika ha comprato sei macchine da cucire professionali per la stessa logica. Non è nostalgia del mestiere manuale: è un criterio di verità.

2.3 RUOLI DA DEFINIRE, CURRICULUM DA COSTRUIRE
Le aziende presentano job description contraddittorie: il 3D designer che sa cucire, il concept creator che fa anche la prototipazione. Chiedere tutto a una persona produce “diluizione creativa” — qualcuno di medio in tutto. Definire ruoli chiari è il prerequisito di curricula sensati, non la conseguenza. Questo lavoro spetta alle scuole, non ai brand.

2.4 LE SOFT SKILLS SOPRA TUTTO
Raramente le aziende chiedono un “livello tre in Blender”. Chiedono persone puntuali, curiose, capaci di imparare in contesti che cambiano. Le soft skills restano la variabile più cercata — e la più difficile da trasmettere. L’AI va letta come territorio che richiede predisposizione, non padronanza tecnica. La domanda reale non è “sai usare questo software?” ma: hai la curiosità di impararne uno che ancora non esiste?
Anche Renault, alla fine, ha riassunto i modellatori in argilla. Non perché il digitale avesse fallito. Perché certi mestieri non si semplificano mai quanto promettono.